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Il comunicato stampa di LAIGA sullo stato di applicazione della legge 194

17 Set

Comunicato stampa

La relazione del Ministro della Salute sullo stato di applicazione della legge 194 conferma la netta riduzione dei tassi di abortività nel nostro Paese, sottolineando il dato di fatto che la legge funziona, nonostante gli innumerevoli attacchi subiti nei 35 anni trascorsi dalla sua approvazione.

Apprendiamo con favore la notizia della attivazione di un tavolo tecnico con le regioni, per avviare un monitoraggio riguardante le singole strutture ospedaliere e i consultori, per individuare le criticità, già più volte denunciate da LAIGA e dalle numerose associazioni impegnate per la piena applicazione della legge e riportate con allarme e grande preoccupazione nel dibattito alla Camera citato nella relazione stessa.

Senza dubbio la maggiore criticità è rappresentata dall’uso strumentale del “diritto” all’obiezione di coscienza. In questo senso, come da noi più volte denunciato, i dati reali si discostano notevolmente da quelli ufficiali riportati dal ministro, che non tengono conto dell’esistenza di una “obiezione di struttura”: in molti ospedali del nostro paese, infatti, i servizi per le interruzioni volontarie di gravidanza semplicemente non esistono, per cui i medici che lavorano in queste strutture, obiettori di fatto, non hanno alcun motivo di sollevare obiezione di coscienza, e vengono spesso conteggiati fra i non obiettori. In proposito, colpiscono le conclusioni della ministra: anche se un  numero altissimo di ginecologi è obiettore di coscienza, poiché il numero di IVG/anno è più che dimezzato, il numero di non obiettori sarebbe congruo al numero complessivo di IVG. E’ evidente, invece, che le differenze abissali esistenti tra le varie regioni, riportate peraltro nella relazione stessa, rendono assolutamente non significativo il dato riportato su scala nazionale.

Confidiamo allora che il tavolo tecnico da lei approntato  possa riportare alla ministra notizie e dati sulle reali condizioni di lavoro dei pochi ginecologi che ancora permettono che una legge dello stato venga applicata, nonché sugli ostacoli che incontra il diritto alla salute delle donne nella stragrande maggioranza delle regioni del nostro paese.

Confidiamo inoltre che il tavolo tecnico possa riportare alla ministra notizie sulle tante donne  costrette a migrare in altre provincie o regioni per interrompere una gravidanza indesiderata, nonché sulle tante donne costrette a migrare all’estero per l’aborto terapeutico.

I media hanno acceso i riflettori sul possibile ritorno, nel nostro paese, dell’aborto clandestino, soprattutto tra le cittadine straniere, ma non solo. Vi accenna anche la relazione della ministra, riportando una stima che fa riferimento ad una rilevazione del 2005; si ripete qui la stessa ammissione di assoluta ignoranza dei dati, che hanno già fatto i ministri precedenti, purtroppo senza dire cosa si vuol fare per valutare l’entità del problema e per limitarne la diffusione.

I dati riportati sull’IVG farmacologica confermano che si tratta di una procedura sicura a cui ogni donna dovrebbe poter avere accesso. Purtroppo dalla relazione della ministra non si sottolinea come nel nostro paese scegliere l’aborto farmacologico è ancora, per tantissime donne, un diritto negato. Nella quasi totalità delle regioni italiane, infatti, per l’IVG medica è previsto il ricovero ordinario, con maggiori costi sanitari e difficoltà burocratiche a volte insormontabili. Un maggiore ricorso all’IVG medica in regime di DH, come suggerito dal report di epicentro, il portale dell’Istituto superiore di sanità, permetterebbe una riduzione dei tempi di attesa, che significa, dal punto di vista medico, una minore incidenza di complicazioni, e dunque un’azione a salvaguardia della salute delle donne.

La relazione ci ricorda infine l’importanza della prevenzione, “obiettivo primario delle scelte di sanità pubblica”; senza dubbio la diffusione della conoscenza e dell’uso dei metodi contraccettivi è il fulcro di questo impegno. Confidiamo pertanto che la ministra si adoperi in questo senso, appoggiando anche la nostra battaglia per abbattere gli ostacoli alla contraccezione di emergenza, perché la pillola del giorno dopo possa essere dispensata come prodotto da banco, come avviene ormai in un grandissimo numero di paesi nel mondo.

I ginecologi i di LAIGA

(Libera Associazione Italiana Ginecologi per la Applicazione della legge 194).

www.laiga.it

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Jesi, incontro sulla legge 194: partecipazione e proposte

19 Feb

LOGO VIALIBERADomenica 17 febbraio 2013 si è tenuto, presso il Centro per le Donne di Jesi, l’incontro pubblico Legge 194: se la conosci, la difendi, organizzato dal Collettivo via Libera 194, in collaborazione con la Casa delle Donne, la Casa delle Culture, l’UDI Jesi, le associazioni La Strada di Sergio e SpaziOstello Onlus.

L’intento dell’incontro era quello di leggere gli articoli della legge 194, commentarli e integrarli con video, interventi e testimonianze relativi all’interruzione volontaria di gravidanza.

Uno dei motivi che ci ha spinto ad organizzare questo evento è la necessità di informare i cittadini sui diritti che la legge 194 tutela per riaccendere una riflessione culturale attorno alla tematica della salute della donna e della procreazione responsabile. Per questo abbiamo lanciato l’idea di rendere itinerante la lettura-commento della legge, invitando i presenti ad ospitare questo evento presso le sedi delle loro associazioni o dei loro circoli culturali. Vorremmo infatti riproporre questo evento anche in altri luoghi della città di Jesi, della Vallesina e non solo.

L’incontro è stato molto significativo anche perché donne che negli anni Settanta hanno lottato per l’approvazione della legge 194 si sono confrontate con le donne e gli uomini che oggi hanno deciso di difendere quella stessa legge.

La partecipazione è stata ampia, con molte donne di fasce d’età differenti e alcuni uomini. In particolare il Collettivo ha apprezzato la presenza di due rappresentanti delle istituzioni locali: Barbara Traversi, assessore alle Pari Opportunità del Comune di Jesi e Paola Moreschi, assessore alle Politiche Sociali del Comune di Santa Maria Nuova.

Gli interventi e le testimonianze sono stati vari ed hanno toccato gli aspetti fondamentali della legge: l’importantissima funzione svolta dal consultorio, nell’assistere la donna, in tutte le fasi della sua vita, compreso il momento in cui decide di interrompere la gravidanza e che oggi è depauperato di risorse a causa dei continui tagli alla sanità; il concetto di autodeterminazione delle donne che ha dato la svolta alla legge 194, contribuendo ad affidare la scelta di interrompere la gravidanza alla donna e non al medico, fino alla più recente figura del mediatore culturale, indispensabile per far conoscere e rendere accessibile anche alle donne migranti il diritto all’IVG.

Tra i temi più dibattuti della serata, anche quello dell’obiezione di coscienza che resta il tallone d’Achille della legge. La legge 194 stabilisce che spetta alle regioni vigilare e garantire affinché le strutture pubbliche effettuino, in ogni caso, gli interventi di IVG, al termine dell’iter regolato dalla legge stessa, tuttavia, non fissando dei criteri organizzativi specifici né il tetto massimo di obiettori per struttura, di fatto rende possibile situazioni analoghe a quella jesina (e diffuse in tutto il territorio) in cui l’obiezione di coscienza sollevata da tutti i ginecologi pregiudica l’attuazione della legge e comporta la sospensione del servizio, come avviene nel nostro Comune, dal mese di luglio 2012.

Da quanto è emerso nel corso della serata, attualmente le donne che decidono di interrompere la gravidanza, pur svolgendo ogni accertamento presso il Consultorio di Jesi, vengono indirizzate, per gli interventi, agli ospedali di Ascoli Piceno o di San Severino perché quelli più vicini di Ancona, Senigallia e Fabriano non riuscirebbero a far fronte alle richieste, eccessive rispetto alle loro diponibilità.

La serata è stata animata anche da un dibattito sulle possibili soluzioni e strategie da adottare – sia per vie istituzionali, sia attraverso iniziative di mobilitazione civile – per riuscire ad ottenere un cambio di rotta dalla Dirigenza Asur e dall’Assessore regionale alla Sanità Almerino Mezzolani.

Il Collettivo ha inoltre presentato l’idea per una PETIZIONE da rivolgere alla Regione Marche – quale garante del diritto alla salute di tutti i cittadini – che richieda non solo la piena applicazione della legge 194 in tutte le strutture regionali, ma solleciti anche il potenziamento dei consultori e l’aggiornamento dei medici sulle tecniche abortive più innovative, per un’attenzione sempre maggiore verso la dignità fisica e psichica della donna. Un punto questo che ci ha portato a inserire, nella bozza della petizione, il richiamo alla pillola RU486 per l’aborto farmacologico. Sarà difatti dedicato all’approfondimento dei rischi e dei vantaggi di questa metodologia abortiva il prossimo incontro di sabato 2 marzo 2013, a cui parteciperà Renato Biondini, responsabile della cellula anconetana dell’Associazione Luca Coscioni.

La petizione, per ora in fase di bozza, avrà più forza se sarà sostenuta dal maggior numero possibile di co-promotori che vorremmo riuscire a coinvolgere su tutto il territorio regionale, nell’intento di fare rete per il perseguimento di uno scopo comune.

Dal punto di vista delle istituzioni, va in questa direzione la proposta lanciata durante l’incontro da Paola Moreschi, Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Santa Maria Nuova: una volta ottenuti i dati da lei formalmente richiesti al Consultorio familiare e all’Unità Operativa di Ginecologia e Ostetricia di Jesi, l’Assessore Moreschi intende coinvolgere tutti i Sindaci e gli Assessorati di competenza rientranti nel distretto sanitario dell’Area Vasta 2 per definire una strategia politica condivisa e avanzare insieme una richiesta formale alla Regione e all’Asur Marche, per la piena applicazione della legge 194.

Siamo fiduciose che la proposta sarà accettata e condivisa, non solo dall’Assessore Traversi ma anche dal Sindaco di Jesi Massimo Bacci.

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Qui trovate qualche foto della serata.
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AIED: Per Jesi e per le Marche occorre soluzione che garantisca applicazione legge 194

1 Feb

Fonte: Aied 

Il caso di Jesi non è l’unico in Italia e rende evidente come in alcune regioni il servizio dell’interruzione di gravidanza è nella pratica inesistente, come da tempo ormai denunciato da molte organizzazioni e operatori del settore.

In particolare le Marche, piccola regione con un tasso di abortività (numero di aborti per mille donne in età fertile) tra i più bassi in Italia e in Europa, si distingue per problematicità.

Il numero totale di interventi è relativamente basso, meno di 2500 l’anno e costantemente in calo, eppure un servizio essenziale viene spesso disatteso o reso difficile e penoso.

“Negli anni in cui l’aborto farmacologico era sperimentale – dichiara Laura Olimpi, Presidente della sezione AIED di Ascoli Piceno – la regione era una delle poche ad aver avviato la sperimentazione ed a consentire quindi alle donne che lo volevano di evitare l’aborto chirurgico, quando possibile; ora che la RU486 è stata finalmente autorizzata al commercio anche in Italia, la Regione si è guardata bene dal redigere le linee guida e quindi nessun ospedale ha ancora iniziato ad usarla.

In un’intera provincia, quella di Fermo, la legge 194 è totalmente disattesa e praticamente da sempre non si effettuano interventi nel locale ospedale.

Dove qualche ginecologo non obiettore si trova viene praticato una specie di numero chiuso, con un tetto massimo di interventi a settimana sempre più piccolo di quello che serve, costringendo chi resta fuori ad affannosi giri per la regione alla ricerca di chi ti accoglie, e sono quasi sempre le extracomunitarie a dover girare perché sembra esserci una preferenza per le residenti nel creare le liste.

E le donne, spesso con difficoltà economiche o senza mezzo di trasporto, arrivano in molti casi all’ospedale di Ascoli, dove del servizio IVG si occupa la sezione AIED locale. Anche ad Ascoli, infatti, tutti i medici sono obiettori. In questo ospedale lo scorso anno solo una donna su tre era del territorio, le altre provenivano dalla costa o dal vicino Abruzzo, ma soprattutto da Ancona o dal resto della Regione.”

A maggio scorso l’AIED e l’Associazione Coscioni in occasione di un convegno, hanno avanzato delle proposte concrete e semplici per porre rimedio a questo disservizio, interpellando direttamente il Ministro Balduzzi e tutti i presidenti delle regioni italiane, per esempio prevedendo concorsi pubblici specifici per medici non obiettori che possano controbilanciare gli obiettori. Ma Ministro non ha dato segni di interesse verso queste proposte.

Il problema è tecnico perché gli aspetti morali e politici dell’aborto sono stati superati da tempo, come da ultimo ha dimostrato la sentenza di giugno della corte costituzionale nei confronti del tentativo del giudice tutelare di Spoleto di invalidare la legge.

Un governo tecnico non dovrebbe quindi avere difficoltà nel risolvere “tecnicamente” il fenomeno dell’obiezione di coscienza diffusa, se inquadrato come deve essere nell’ambito della violazione di un diritto sancito dalla legge. Occuparsi di questo problema è di certo più urgente che mettere al lavoro decine di esperti per presentare un ricorso inutile (e per molti versi crudele) sulla sentenza di Strasburgo sulla legge 40 sulla procreazione assistita.

Ascoli Piceno, 8 settembre 2012