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Save the date: III congresso Laiga

30 Giu

Immaginea

JESI DI NUOVO FUORI LEGGE (194)

17 Feb

«All’ospedale di Jesi non si effettuano interventi di interruzione volontaria di gravidanza da gennaio di quest’anno, posso darle l’appuntamento per la certificazione ma per l’intervento dovrà rivolgersi agli ospedali di San Severino o di Ascoli Piceno, vuole i contatti?»

ImmagineNon è un dejà vu: questa è la risposta che una donna ha ricevuto, lunedì scorso, rivolgendosi al consultorio di Jesi. A distanza di un anno, nel nostro ospedale il servizio di IVG è stato nuovamente sospeso, nell’indifferenza delle istituzioni locali e in sprezzo dell’articolo 9 della legge 194/78 che vieta esplicitamente l’obiezione di struttura, a garanzia del diritto di scelta della donna sulla sua salute riproduttiva. Una situazione già di per sé inaccettabile, a cui si aggiunge un altro episodio gravissimo, ma egualmente passato in sordina, che coinvolge ancora una volta il nostro consultorio: come denunciato dal consigliere regionale della Federazione della Sinistra Bucciarelli in un’interrogazione del 31 gennaio, ad essere sospeso da gennaio 2014 è anche il servizio di mediazione culturale che, rivolgendosi soprattutto donne e bambini, consentiva l’accompagnamento degli immigrati nei loro percorsi sanitari, favorendo l’integrazione, il rispetto del d.lgs. 288/99 e l’accesso ai servizi socio-sanitari.

Il Collettivo Via Libera 194 chiede con forza a Regione Marche, Asur a Comune di Jesi di risolvere una volta per tutte tali disservizi che, di nuovo, impediscono a noi cittadini di vedere garantiti i nostri diritti.

Ricordiamo che l’attività sociosanitaria rivolta alle donne, alle coppie e alle famiglie a tutela della maternità, per la procreazione responsabile e l’interruzione di gravidanza rientra tra le prestazioni che il Servizio sanitario nazionale deve garantire, come stabilito dall’allegato 1 del DPCM 29 novembre 2001 “Definizione dei Livelli essenziali di assistenza”.

A differenza di un anno fa, il “Collettivo Via Libera 194” avanza tali richieste a nome dei 4121 cittadini e dei 58 soggetti co-promotori che hanno firmato e sostenuto la petizione per la piena applicazione della legge 194/78, rivolta alla Regione Marche e consegnata lo scorso 19 dicembre 2013 al Presidente della Giunta regionale, al Presidente del Consiglio regionale e al Presidente della V Commissione consiliare permanente.

Non abbiamo ricevuto notizie dalla Regione Marche in merito a come si intendesse procedere riguardo alle richieste della petizione. Apprendiamo oggi che l’Ospedale di Jesi, decidendo di sospendere il servizio di IVG, sceglie di tornare ad operare nell’illegalità.

Aborto: svolta sull’obiezione di coscienza. La Camera chiede norme più severe per i medici obiettori

13 Giu

Sei mozioni e una risoluzione impegnano il governo a garantire la piena applicazione della 194. Obiezione di coscienza, tavolo tecnico di monitoraggio con le regioni, Ivg anche farmacologica, attenzione verso le donne straniere, centralità dei consultori. Ieri a tarda sera la Camera ha impegnato il Governo per una maggiore attenzione sulla 194. Lorenzin favorevole.

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Domande e risposte – parte 2

3 Feb

Venerdì 1 febbraio siamo state al primo incontro pubblico della rassegna Percorso Femminile, singolare, promosso dal Dipartimento Materno-Infantile dell’Area Vasta 2, dall’Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Jesi e dal Coordinamento Donne Jesi. Tanti gli interventi di medici e ostetriche volti ad illustrare le attività, i servizi e le eccellenze del reparto, temi principali dell’incontro.

Una volta finiti tutti gli interventi, abbiamo ritenuto importante riportare l’attenzione sul servizio di IVG che il reparto di Ginecologia e Ostetricia del nostro ospedale offriva alle donne fino a luglio 2012, data in cui è stato sospeso dopo che gli ultimi medici non obiettori rimasti in servizio hanno scelto di sollevare obiezione di coscienza nei confronti della legge 194/78.

Alla nostra domanda sullo stato dell’applicazione della legge nell’Ospedale di Jesi, l’Assessore Barbara Traversi ha risposto che a lei risultava che il servizio fosse di nuovo attivo grazie a un medico non obiettore proveniente da Fabriano incaricato di eseguire gli interventi di IVG una volta ogni quindici giorni (sic!).

Il Dott. Curatola ci ha poi illustrato la situazione reale: per problemi di natura tecnico-amministrativa, la ginecologa non obiettrice non è ancora operativa nel nostro ospedale perché il suo contratto con l’ospedale di Fabriano la obbliga già a lavorare 40 ore settimanali. Il servizio non è ancora attivo – ha dichiarato il Dott. Curatola – però le istituzioni si sono attivate perché questo venga garantito. I tempi tecnici, però, non dipendono esclusivamente da me”.

Sul perché a partire da luglio 2012 gli ultimi medici non obiettori del reparto di Ginecologia e Ostetricia abbiano scelto di avvalersi dell’obiezione di coscienza, pur avendo sempre effettuato gli interventi di IVG, il Primario ha dato una risposta chiara e molto ben riassunta da una dichiarazione dell’Assessore Traversi che è stata riportata sul comunicato stampa del Comune di Jesi pubblicato su “Viverejesi” lo scorso 2 febbraio:”Ho avuto modo di verificare che la scelta di obiezione di coscienza, da parte sua e degli altri medici che fino a tempi recenti praticavano l’interruzione di gravidanza nel nostro ospedale, non è stata il frutto di una preclusione ideologica, ma il risultato di un profondo disagio dovuto alle politiche dell’Asur. E in ogni caso, dichiarandosi obiettori di coscienza, questi medici hanno esercitato un diritto che viene loro riconosciuto dalla legge” (corsivo e grassetto nostri)

Pensiamo che sarebbe stato più rispettoso del diritto delle donne se i medici si fossero organizzati e avessero scelto di condurre una protesta contro l’Asur piuttosto che scegliere l’obiezione di coscienza.

Se l’obiezione di coscienza fosse regolamentata, ovvero se per legge fosse indicato un tetto massimo di obiettori per ogni struttura pubblica o se venissero attuate dalle Regioni le cinque proposte avanzate da Aied e Associazione Luca Coscioni, probabilmente i medici non si sarebbero neanche trovati  in questa situazione. Ricordiamo che tra gli obiettivi della legge 194/78 c’è la garanzia del diritto alla salute della donna anche nel momento in cui compie una scelta così drammatica, quale è l’IVG e che, in quanto diritto inviolabile, esso può essere garantito a tutte le donne solo se queste possono rivolgersi ad una struttura pubblica.

Chiediamo ai nostri medici di ritirare l’obiezione e di scegliere di farsi carico, pur fra mille difficoltà, dell’applicazione di questa legge dello Stato.

Tanto più opportuno se consideriamo che il caso verificatosi a Jesi si inserisce all’interno di un quadro nazionale dove l’alta percentuale di obiezione sta di fatto rendendo più difficile quando impossibile per la donna avvalersi di un diritto sancito e regolamentato dalla Legge italiana.

 

 

Leggi anche Domande e risposte – parte 1

UDI: L’obiezione di coscienza tra scelte individuali e responsabilità pubbliche.

1 Feb
Comunicati UDI – Comunicati 2012

L‘obiezione di coscienza  nella Legge 194 è “astensione facoltativa da prestazioni di lavoro” diritto quindi della persona e non della struttura.

Come UDI (UNIONE DONNE IN ITALIA) abbiamo  sempre sostenuto che l’autodeterminazione delle donne  trova di fronte a sé pubbliche responsabilità  come previsto dalla Legge 194.
Abbiamo detto che noi  sappiamo di avere dei diritti. Loro fingono di non avere dei doveri.

Per legge  le strutture sanitarie hanno l’obbligo di garantire gli interventi di interruzione di gravidanza, siano essi volontari o terapeutici.  Ai singoli, siano essi  medici, infermieri o ausiliari è garantito di potersi avvalere della “astensione facoltativa da prestazioni di lavoro” denominata obiezione di coscienza.

Quanto è un diritto del singolo non è diritto della struttura sanitaria nel suo complesso, questa ha, anzi, l’obbligo di garantire la erogazione delle prestazioni sanitarie per quanto riguarda sia la Legge 194 che la Legge 40.

 

Bisogna chiamare i comportamenti con il loro nome e dunque togliere “l’aura di santità” a chi si astiene per un proprio interesse da una attività professionale prevista da una Legge dello Stato a favore di altri.
Bisogna chiedersi quanto costa alla comunità questa astensione generalizzata in tutti gli enti ospedalieri italiani da Bolzano a Siracusa.
Bisogna proporre di individuare “lavori socialmente utili”, come per i disoccupati, per i ginecologi OBIETTORI, e tutti coloro che  vengono remunerati con denari pubblici per poi astenersi dallo svolgere un pubblico servizio.
Chiediamo non solo il rispetto di un diritto ma anche  il ripristino della legalità.

Pretendiamo la fine dello spreco di risorse pubbliche che sottrae efficacia ed efficienza a chi chiede interventi sanitari e nel contempo arricchisce chi non lavora e a cui nessuno ha mai chiesto di adoperarsi, nel tempo del non lavoro, ad altre attività o lavori di pubblico interesse.
Occorre uscire dal rapporto medico-paziente e rimanere nel rapporto tra paziente e struttura sanitaria dopo di che il problema della astensione dalle prestazioni di lavoro, così come delle ferie, dei permessi, della malattia dei dipendenti, ecc. rimane un problema della struttura sanitaria che deve adoperarsi per risolverlo anche attraverso la assunzione di personale non obiettore,  che tale rimanga, al fine di garantire il servizio previsto nella struttura medesima.

L’art. 9 della Legge 194 è esplicito al riguardo: “gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono in ogni caso tenuti ad assicurare l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza”. Tutto il predetto articolo di legge dispone espressamente che la Regione  “ controlla e garantisce la attuazione anche attraverso la mobilità del personale”.
Riteniamo dunque, in tema di interlocutori e di obiettivi, di poter assumere  come nostro compito il chiedere conto sia alla singola struttura che alla Regione di “controllare e garantire la attuazione anche attraverso la mobilità del personale”.
La mobilitazione contro l’abuso dell’obiezione di coscienza è un modo di riaffermare i diritti partendo dai doveri, restituendo alla funzione pubblica la propria responsabilità e alle donne la sovranità sul proprio corpo e la  propria vita.

Relazione del Ministero della Salute sulla attuazione della legge 194/78

25 Gen


Scarica la relazione


Scarica le tabelle 2011

RELAZIONE DEL MINISTRO DELLA SALUTE SULLA ATTUAZIONE DELLA LEGGE CONTENENTE NORME PER LA TUTELA SOCIALE DELLA MATERNITÀ E PER L’INTERRUZIONE VOLONTARIA DI GRAVIDANZA (LEGGE 194/78)

Indice:

PRESENTAZIONE pag. 1

DATI PRELIMINARI ANNO 2011 pag. 9

DATI DEFINITIVI ED ANALISI DELL’IVG NEL 2010 pag. 13
1. ANDAMENTO GENERALE DEL FENOMENO pag. 13
1.1 – Valori assoluti pag. 13
1.2 – Tasso di abortività pag. 14
1.3 – Rapporto di abortività pag. 16

2. CARATTERISTICHE DELLE DONNE CHE FANNO RICORSO ALL’IVG pag. 17
2.1 – Classi di età pag. 17
2.2 – Stato civile pag. 20
2.3 – Titolo di studio pag. 21
2.4 – Occupazione pag. 21
2.5 – Residenza pag. 22
2.6 – Cittadinanza pag. 23
2.7 – Anamnesi ostetrica pag. 26
2.7.1 – Nati vivi pag. 26
2.7.2 – Aborti spontanei precedenti pag. 27
2.7.3 – Interruzioni volontarie di gravidanza precedenti pag. 28

3 – MODALITÀ DI SVOLGIMENTO DELL’IVG pag. 30
3.1 – Documentazione e certificazione pag. 30
3.2 – Urgenza pag. 31
3.3 – Epoca gestazionale pag. 31
3.4 – Tempo di attesa fra rilascio del documento o certificazione ed intervento pag. 33
3.5 – Luogo dell’intervento pag. 34
3.6 – Tipo di anestesia impiegata pag. 34
3.7 – Tipo di intervento pag. 35
3.8 – Durata della degenza pag. 38
3.9 – Complicanze immediate dell’IVG pag. 39
3.10 – Obiezione di coscienza pag. 39

TABELLE E GRAFICI pag. 40

Citazione

Testimonianze: abortire tra gli obiettori

25 Gen

I ginecologi non obiettori strutturati negli ospedali italiani sono circa 150, e il loro numero diminuisce costantemente. E le interruzioni di gravidanze tornano a essere un incubo. Che aggiunge dolore a dolore.

di Cinzia Sciuto, da “D” di Repubblica, 3 dicembre 2011

È l’alba, le prime luci del nuovo giorno iniziano a penetrare nella stanza dove Francesca nel suo letto piange in silenzio. Tra poco inizierà la procedura per l’induzione di un travaglio simile a quello di un parto. Ma Francesca non deve partorire, deve abortire. La nuova vita che porta in grembo da 23 settimane è affetta da una gravissima malformazione del cervello, la oloprosencefalia. Francesca Pieri, che all’epoca aveva 35 anni, è ricoverata già da due giorni in un grande ospedale romano ma non ha ancora iniziato la procedura di induzione, che consiste nell’introduzione nell’utero di ‘candelette’ di prostaglandina per stimolare le contrazioni del travaglio. Fino alla 12ma settimana l’interruzione di gravidanza avviene tramite raschiamento, ma dopo il feto è troppo grande ed è necessario un vero e proprio travaglio di parto.

«Il giorno del ricovero», racconta, «è servito per il disbrigo di tutte le pratiche burocratiche. Il secondo invece non ho fatto niente, ho semplicemente aspettato». Quel giorno infatti erano di turno solo medici obiettori, che si sono rifiutati di avviare la procedura di induzione. Francesca quindi ha trascorso tutto il giorno in mezzo a donne in travaglio, bambini appena nati, nonni euforici, fiori e regali, in attesa del medico non obiettore che le introducesse la prima candeletta. Era da sola, con quella vita sospesa in pancia e un profondo dolore nel cuore. Non le rimaneva altro che piangere, in silenzio. Ma anche il pianto le è stato negato: «Signora, cosa piange? Si prepari, questo sarà il giorno più lungo della sua vita». La voce è arrivata dal corridoio, proprio alle prime luci dell’alba. È l’ora del cambio turno, finalmente sta per arrivare un medico non obiettore ma il suo collega prima di andarsene ha voluto lasciare il segno. Sono passati molti anni, ma quelle parole fredde come il ghiaccio Francesca ce le ha scolpite nella testa, e non le dimenticherà mai.

E lei è stata persino «fortunata»: una volta che ha iniziato la procedura di induzione, che è durata in totale un giorno e mezzo, non ha più incontrato medici obiettori. Al contrario di Gea Ferraro, che al quarto mese di gravidanza scopre che il suo bambino è affetto da trisomia 18, una patologia talmente grave da essere definita dai medici ‘incompatibile’ con la vita. Gea, che quel figlio l’aveva tanto desiderato, decide di interrompere la gravidanza. Contatta personalmente una ginecologa non obiettrice che lavora in un altro ospedale della capitale (e che preferisce non essere citata: «Facciamo già tanta fatica a lavorare, non voglio crearmi ulteriori inimicizie tra i colleghi»). La dottoressa programma il ricovero in maniera da farlo coincidere con il proprio turno. L’induzione viene avviata, ogni 3 ore viene inserita una candeletta, ma nel frattempo c’è il cambio turno, Gea guarda l’orologio, si accorge che sono passate più di 3 ore dall’ultima somministrazione e chiede perché non le venga inserita la terza candeletta visto che il travaglio non si è ancora avviato: «Io queste cose non le faccio», si è sentita rispondere. Gea ha quindi aspettato, non ricorda neanche quanto, finché qualcuno è venuto a somministrarle la terza dose del farmaco. Il suo travaglio è durato 18 ore.

Quello dell’aborto sta diventando sempre più un percorso a ostacoli, nel quale le donne – già provate da una delle scelte più dolorose della loro vita – devono fare lo slalom tra ostacoli burocratici e medici obiettori. Obiettori che aumentano sempre di più: secondo i dati forniti dal ministero della Salute si è passati, tra i ginecologi, dal 58.7% del 2005 al 70.7 nel 2009. Ma il numero di medici realmente preposti alle interruzioni di gravidanza, soprattutto agli aborti terapeutici, è ancora più basso di quel che sembra: «Gli aborti entro la dodicesima settimana», spiega Silvana Agatone, presidente della Laiga, un’associazione che riunisce i ginecologi in difesa della 194, «sono fatti in day hospital, si tratta di interventi programmati, la cui durata è nota e per i quali è possibile chiamare medici ‘a gettone’». Cosa che invece non è possibile per gli aborti terapeutici, quelli oltre i 3 mesi, che, come abbiamo visto, possono essere anche molto lunghi e dunque hanno bisogno di essere seguiti da personale strutturato.

«Poiché non esiste un elenco dei medici non obiettori», continua la dott.sa Agatone, «abbiamo fatto una indagine empirica, dalla quale risulta che i ginecologi non obiettori strutturati dentro gli ospedali italiani sono circa 150 e, poiché i giovani non sembrano particolarmente sensibili a questo problema, c’è il rischio concreto che man mano che gli attuali medici non obiettori vanno in pensione non vengano sostituiti». Al Secondo Policlinico di Napoli, per esempio, dallo scorso luglio a effettuare gli aborti è rimasto solo un medico, che è anche il responsabile del Centro per le interruzioni di gravidanza dell’ospedale.
Strano destino quello dell’obiezione di coscienza, che, come scrive Chiara Lalli nel suo recente libro C’è chi dice no (Il Saggiatore), «ha subìto negli ultimi anni un vero e proprio stravolgimento e oggi è spesso usata come un ariete per contrapporsi ai diritti individuali sanciti dalla legge».

L’obiezione di coscienza nasce infatti per opporsi a un obbligo universale che riguardava tutti i cittadini (maschi) e a cui non era possibile sottrarsi: l’obbligo di leva. Chi sollevava l’obiezione di coscienza andava incontro a pesanti conseguenze, persino penali, come raccontano alcuni obiettori della prima ora nel libro di Lalli. Il moderno obiettore, invece, non solo non paga nessuno scotto per la sua scelta, ma, al contrario, ne ottiene indubbi vantaggi, sia in termini di soddisfazione professionale che di carriera. È per questo che il numero degli obiettori è vertiginosamente salito negli ultimi anni: fare aborti non è certamente gratificante e l’obiezione di coscienza – fatti salvi coloro che la sollevano per convinzione – è un’ottima scappatoia offerta dalla legge per sottrarsi a una parte sgradevole del proprio lavoro. Una legge che però è molto chiara: l’obiezione di coscienza può essere sollevata esclusivamente in relazione al «compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza».

Non può essere legittimamente sollevata, per esempio, per rifiutarsi di somministrare un analgesico durante il travaglio abortivo oppure di fare il raschiamento dopo l’espulsione del feto, ad aborto già avvenuto, o ancora di certificare lo stato psicologico della donna. Sono invece tante le testimonianze che le donne affidano soprattutto ai forum in rete e che raccontano di travagli durati molte ore, se non giorni, senza il minimo sostegno farmacologico né psicologico. Donne che portano avanti il travaglio abortivo in stanza, affianco ad altre: Francesca ricorda che la ragazza che era in stanza con lei ha espulso il feto sul suo letto, lì affianco, da sola, mentre lei iniziava ad avere le prime contrazioni. Un’altra donna racconta su un forum: «Mi hanno indotto il parto per 12 ore per poi essere lasciata sola al momento dell’espulsione del feto. Mi hanno lasciato la mia bambina in mezzo alle gambe e in mezzo al sangue per 4 ore e nessuno si è degnato di venire a vedermi». Anche Laura Lauro, napoletana, che ha abortito alla 21ma settimana, ricorda che al momento dell’espulsione è stata lasciata sola: «Ho espulso un feto vitale, nessuno si è preoccupato di tagliare subito il cordone e portarlo via. Quando l’ho sentito che mi sfiorava le cosce ho urlato perché lo portassero via subito».

Tutto questo però ha solo in parte a che fare con l’obiezione di coscienza. Se infatti il singolo medico può rifiutarsi di praticare l’aborto, la struttura sanitaria è in ogni caso obbligata – è sempre la 194 a stabilirlo – a garantire il servizio di interruzione di gravidanza e i «procedimenti abortivi devono comunque essere attuati in modo da rispettare la dignità personale della donna». Dignità che invece è troppo spesso calpestata. Un’altra donna racconta su un forum il suo calvario: dopo essersi sottoposta a vari tentativi di procreazione medicalmente assistita, rimane incinta di due gemelli. Alla ventesima settimana perde uno dei due. Dopo una decina di giorni rifà l’ecografia: «Liquido amniotico inesistente, arti inferiori oramai infilati nel canale», non c’è più niente da fare neanche per il secondo. Ma il battito c’è ancora, chissà per quanto, e quindi per procedere all’aborto terapeutico c’è bisogno del certificato dello psichiatra, ma quello in turno è obiettore e si rifiuta di firmarlo: «La sera un medico con la coscienza e l’umanità che a qualcuno ancora rimane, prende la responsabilità di togliermi dall’incubo, una pasticca, una sola basta per avere un altro travaglio».

Troppo spesso i dibattiti sull’aborto non fanno i conti con le esperienze concrete che le donne vivono sulla propria pelle. Per Francesca – che oggi ha altri due bambini ma che si sente pienamente madre anche di quella figlia mai nata – l’aborto è stato un discrimine nella sua vita, un momento che ha segnato un prima e un dopo. E non riesce proprio a capire l’accanimento dei sedicenti sostenitori della vita: «Come se io fossi per la morte! La verità è che ogni esperienza è a sé. Io stessa, pur non essendo affatto pentita della mia dolorosa scelta, non so dire cosa farei se mi dovessi trovare di nuovo nella stessa situazione. So però che la sola idea di non poter decidere mi atterrisce. È per questo che sarei disposta anche a incatenarmi perché sia garantita a ogni donna la possibilità di scegliere».

(3 dicembre 2011)