AAA DIZIONARI CERCASI

28 Feb

Avete dei dizionari di lingue straniere in casa?

Cercateli, raccoglieteli, non buttateli anche se sono un po’ vecchiotti. A breve saranno chiamati a dare un importante contributo di civilità alla nostra città. Teneteli da parte, quindi: un’email vi avviserà sul da farsi…

Grazie

Passateparola…

cercasi

Intervista al Collettivo via Libera 194

27 Feb

Un’intervista al Collettivo pubblicata su Portobello’s – Edizione Vallesina

Interruzione gravidanza: Jesi nell’illegalità

Intervista agli attivisti del Collettivo Via Libera 194

26/02/2014
Ad accendere di nuovo i riflettori sul disservizio dell’interruzione volontaria di gravidanza all’Ospedale di Jesi sono stati gli attivisti del Collettivo Via Libera 194, con un comunicato lanciato alla stampa ad inizio settimana scorsa, in cui riportavano la storia della donna che, recatasi in consultorio per avviare il percorso di aborto, si è sentita rispondere di rivolgersi ad Ascoli Piceno o San Severino. Ecco la storia di questo collettivo e le attività che portano avanti.

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Come e perché nasce il Collettivo Via Libera 194?
«È nato a Jesi nel gennaio 2013 a seguito di un’emergenza verificatasi presso il reparto di Ginecologia e Ostetricia: a partire da luglio 2012 tutti i ginecologi avevano dichiarato obiezione di coscienza. Questo ha portato l’intero reparto a negare alle donne gli interventi di interruzione volontaria di gravidanza, aprendo una vera e propria fase di illegalità. Nell’articolo 9 della legge 194/78, infatti, si legge: “gli enti ospedalieri sono tenuti in ogni caso all’effettuazione degli interventi di interruzione di gravidanza” e che “la Regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale”».
Quali i vostri scopi?
«Il Collettivo Via Libera 194 ha come scopo il pieno adempimento della legge 194/78, in particolare lo scorso maggio ha lanciato una petizione regionale in cui vengono poste 4 richieste in linea con le esigenze individuate nella Relazione del Ministero riguardanti la necessità di una maggiore valorizzazione dei consultori, di un reale aggiornamento del personale socio-sanitario e di un sistema di monitoraggio dell’obiezione di coscienza più capillare ed efficiente affinché siano garantiti diritti sociosanitari legati alla salute riproduttiva della donna. La petizione ha raccolto l’appoggio di 58 soggetti co-promotori e ha raccolto le firme di 4121 cittadini».
Quanti sono i volontari?
«Siamo una decina di persone ad incontrarci regolarmente come Collettivo. Abbiamo però da subito cercato e trovato l’appoggio di altre associazioni che condividono il nostro impegno e con le quali collaboriamo di volta in volta nell’organizzazione degli incontri e dibattiti e con i quali riteniamo sia necessario fare rete in difesa della legge 194/78».
L’Area Vasta 2 ha chiarito che il servizio verrà al più presto ristabilito: soddisfatti della risposta?
«Il dott. Lanari, dirigente Area Comunicazione Asur, si è limitato a dire che procederanno al rinnovo del contratto con il personale medico dell’Ospedale di Fabriano. Questa risposta è lacunosa, insoddisfacente e indicativa del modo in cui l’Asur ha affrontato il problema dell’obiezione di struttura, verificatasi all’ospedale di Jesi, nel luglio 2012. Considerando che gli ultimi interventi sono stati eseguiti a metà dicembre, è presumibile che il contratto sia scaduto a fine mese e questo era ben noto ai vertici dell’Asur già dal marzo 2013, quando fu firmato il provvedimento con il personale medico dell’Ospedale di Fabriano. Il fatto che l’Asur stia impiegando già due mesi per rinnovare un contratto che garantisce il rispetto di una legge dello Stato è del tutto ingiustificato, inaccettabile e configura ipotesi di interruzione di pubblico servizio e responsabilità dei vertici dell’Asur e della Regione Marche. Il dott. Lanari deve quindi spiegare perché l’Asur non abbia proceduto, entro il 31 dicembre 2013, al rinnovo del contratto. Se il contratto avesse riguardato un altro tipo di intervento, l’Asur si sarebbe permessa tale negligente e colposo atteggiamento? Probabilmente, i responsabili della Sanità Regionale faranno riferimento, come un anno fa, ad un piano di austerity: termine sotto il quale oggi sembra possa rientrare qualsiasi taglio e qualsiasi salto indietro in tema di diritti. La difficoltà con la quale si riesce ad accedere al servizio, non solo a Jesi ma in tutta Italia, ci sta facendo fare un salto indietro di 35 anni con uno spaventoso ritorno agli aborti clandestini o nel “migliore” dei casi con donne che sono costrette a migrare da un ospedale all’altro, da una regione all’altra o addirittura all’estero».
Secondo voi il motivo per cui a Jesi ci sono solo medici obiettori è da ricondursi a puri motivi di coscienza o c’è dell’altro? Se sì secondo voi cosa?
«È noto a chi ha seguito gli sviluppi del caso jesino che c’è dell’altro, come riportato in un comunicato del Comune di Jesi del 2 febbraio 2013 “la scelta di obiezione di coscienza, da parte dei medici che fino a tempi recenti praticavano l’interruzione di gravidanza nel nostro ospedale, non è stata il frutto di una preclusione ideologica, ma il risultato di un profondo disagio dovuto alle politiche dell’Asur.” I tagli alle risorse da destinarsi ai consultori e ai servizi sociosanitari e le alte percentuali di obiezione di coscienza di medici e personale sanitario vanno a scapito del diritto alla salute della donna e a svantaggio del personale non obiettore che, spesso, non è sostenuto dalle strutture ospedaliere in cui opera. Bisogna prendere atto che c’è una volontà politica in tal senso, altrimenti come spiegare che nell’ospedale jesino, seconda struttura nelle Marche per numero di interventi IVG, da un anno e mezzo si registra un’obiezione di struttura? (sia chiaro: vietata dalla legge 194 e quindi illegale). Come spiegare che nonostante la legge 194 preveda il diritto della donna ad essere informata per scegliere tra le diverse tecniche, quella più rispettosa della propria integrità fisica e psichica, la Regione Marche è l’unica in Italia, a non acquistare la RU486, da quasi 3 anni, impedendo di fatto alle donne di poter scegliere questa via per l’i.v.g..? C’è una volontà politica che si riflette sulla direzione e sull’organizzazione dei reparti di ginecologia e dei servizi sociosanitari erogati al consultorio pubblico e che si traduce in pressioni sul personale non obiettore in termini di turnazione e avanzamento di carriera. Il fatto che l’obiezione si eserciti semplicemente compilando un modulo in cui non devono essere esplicitate le motivazioni determina obiezioni “facili” e facilmente manipolabili da quei partiti politici per i quali l’abolizione della 194 resta bieca speculazione sui diritti delle donne. Si arriva, poi, ai casi limite in cui l’obiezione è sollevata nel pubblico, ma i ginecologi “obiettori”, privatamente e quindi illegalmente, praticano gli interventi di IVG in cambio di costosi compensi, alimentando, anche in questo modo, il numero degli interventi clandestini che sfuggono ad ogni statistica».
Vi appellate a Regione e Comune. Ma cosa può fare secondo voi il Comune in questo caso?
«Il Comune, nella persona del Sindaco, è responsabile della condizione di salute della popolazione del suo territorio, e quindi può giocare un ruolo importante al fine di garantire il rispetto della legge, ricorrendo a tutti i mezzi istituzionali a sua disposizione. Anche i partiti possono fare molto, in termini politici. La Federazione della Sinistra e Sel hanno già presentato interrogazioni in Regione, mentre i circoli locali del Pd, che sono tra i firmatari della petizione, nicchiano. Eppure, al Partito Democratico appartiene proprio l’Assessore alla Sanità della Regione Marche Almerino Mezzolani… ».
Altro aspetto che denunciate è la soppressione del servizio di intermediazione culturale: molto importante perchè?
«Tale servizio, rivolgendosi soprattutto a donne e bambini, consentiva l’accompagnamento degli immigrati nei loro percorsi sanitari, favorendo l’integrazione, il rispetto del d.lgs. 288/99 e l’accesso ai servizi socio-sanitari. La carenza di figure di mediazione interculturale nei consultori pubblici e in tutto il sistema dei servizi sanitari, ospedalieri e territoriali, spesso impedisce alle cittadine straniere la conoscenza dei propri diritti, nonché un’efficace trasmissione dei messaggi di prevenzione ed educazione sanitaria. Considerata la rilevanza del ruolo delle donne immigrate nei processi di integrazione, sarebbe auspicabile valorizzare politiche che ne promuovano consapevolezza e autonomia».
Nel 2013 la raccolta di firme, poi consegnate in Regione. Ora sono in programma nuove iniziative di sensibilizzazione?
«Continueremo a svolgere attività di informazione sulla legge 194 perché crediamo che conoscere i propri diritti sia la condizione preliminare per ogni battaglia in loro difesa: questa conoscenza deve essere quanto più possibile condivisa, anzi dovrebbe diventare una sorta di contagio. Tutto ciò che facciamo, leggiamo, pensiamo o riteniamo importante condividere, viene pubblicato sul nostro blog (https://vialibera194.wordpress.com) o sul profilo Facebook del Collettivo. Siamo impegnate anche nel creare e mantenere relazioni con le diverse realtà associative (e non) del territorio al fine di creare una rete di sostegno per l’applicazione della legge 194 nella nostra regione e a livello nazionale, in tal senso, il congresso della Laiga che si terrà a metà maggio servirà a porre le basi per iniziative a livello nazionale. Dopo l’evento del 21 settembre “Legge 194: obiezione senza coscienza” in cui sono intervenuti Anna Pompili di L.A.I.G.A., la filosofa Chiara Lalli e l’antropologa Silvia De Zordo, ci piacerebbe replicare invitando il bioeticista Carlo Flamigni, vi faremo sapere! Di sicuro abbiamo in programma a brevissimo altre iniziative per rendere noto che, nonostante i comunicati rassicuranti, la situazione è tornata ad essere la stessa di gennaio 2013».

Un’interessante riflessione del Centro Studi Libertari “Luigi Fabbri” sull’interruzione del servizio di IVG a Jesi.

23 Feb

Questo articolo è stato pubblicato sul http://cslfabbri.blogspot.it il 22 febbraio 2014.

fabbritarg03piccoloPari opportunità. Renzi ha fatto un governo dicendo di rispettare questo principio, ed ha nominato otto ministri uomini e altrettante donne. Probabilmente così non è in merito al servizio di IVG che non prevede “pari opportunità”, almeno sul piano dell’offerta, fra obiettori e non obiettori presenti in un dato territorio.

I ritardi, la disorganizzazione, le scuse di vario genere non rendono merito né degli alti stipendi di chi, manager, deve provvedere alla governance della sanità territoriale, né di chi deve vedere tutelato un diritto universale, quello ad essere individuo e non semplice contenitore per fare figli che, in caso contrario, deve aspettare, angosciarsi, girarsi mezza provincia (se non mezza regione) per poter scegliere liberamente di essere o meno madre. Pari opportunità si diceva, specie nei confronti di quelle donne più fragili: minori, povere, ignoranti (nel senso della bassa istruzione) straniere.

Un sistema universalista come quello italiano, continua insomma a fare di tutto per perpetuare disuguaglianze nella salute, nei diritti, nell’offerta e nell’accesso ai servizi. Chissà se Jesi, al pari dello sport, sarà d’esempio anche nell’antiabortismo che sta dilagando in Italia e in Europa.

In questo caso però c’è ben poco da vantarsi, ma solo da mobilitarsi tutte e tutti per impedire che un diritto di libertà venga cancellato, portando le donne italiane indietro di anni. Mobilitarsi tutti e tutte, dal basso, in attesa che le tre parlamentari elette in Vallesina, in quanto donne che fanno politica, facciano sentire la loro voce a difesa di un diritto vergognosamente attaccato.

FAI – Federazione Anarchica Italiana
Gruppo “Michele Bakunin” – Jesi
Gruppo “Francisco Ferrer” – Chiaravalle

La beffa dell’Asur Marche

20 Feb

«In merito agli articoli apparsi sulla stampa, relativi alle interruzioni delle gravidanze all’ospedale di Jesi, la Direzione dell’Area Vasta 2 specifica che sono già state impartite le disposizioni per continuare a garantire il Servizio con personale medico dell’Ospedale di Fabriano, senza alcuna interruzione dell’attività.

Il Servizio di IVG è stato assicurato fino a tutto dicembre 2013 grazie all’invio quindicinale di un medico dell’U.O. di Ostetricia e Ginecologia dell’Ospedale di Fabriano, in quanto presso l’Ospedale di Jesi i medici sono tutti obiettori.

Poiché il relativo contratto era scaduto, è stato dato mandato di procedere ad un nuovo avviso, al fine di ricoprire quanto prima il Servizio di cui trattasi, che, nel frattempo non verrà comunque interrotto.

Si ringrazia per la cortese collaborazione».

IL DIRIGENTE AREA COMUNICAZIONE ASUR

(Dott. Alberto Lanari)

 

La nota stampa dell’Asur in risposta alla nostra denuncia della nuova interruzione del servizio di IVG all’ospedale di Jesi suona come una beffa. Il dott. Lanari forse non si rende conto di ciò che ha scritto: l’ultima giornata di interventi di IVG risale a metà dicembre, perciò l’attività è interrotta da ben 2 mesi.

La scadenza del contratto (dicembre 2013) era ben nota ai vertici dell’Asur già dal marzo 2013, quando fu firmato il provvedimento con il personale medico dell’Ospedale di Fabriano.

Il fatto che l’Asur stia impiegando già due mesi per rinnovare un contratto che garantisce il rispetto di una legge dello Stato è del tutto ingiustificato, inaccettabile e configura ipotesi di interruzione di pubblico servizio e responsabilità dei vertici dell’Asur e della Regione Marche.

Il dott. Lanari deve quindi spiegare perché l’Asur non abbia proceduto, entro il 31 dicembre 2013, al rinnovo del contratto. Se il contratto avesse riguardato un altro tipo di intervento, l’Asur si sarebbe permessa tale negligente e colposo atteggiamento?

Al nostro indirizzo mail stanno arrivando richieste di informazioni da parte di donne in difficoltà nel trovare garanzie su come e dove poter effettuare gli interventi di IVG, a conferma di quanto sta accadendo e del disagio che questa situazione sta provocando. Chiediamo al direttore generale dell’Asur Dr. Gianni Genga, al Direttore Sanitario Dr. Alessandro Marini e all’Assessore alla Sanità della Regione Marche Almerino Mezzolani (PD) se, di fronte alla salute delle donne, si possa continuare a sostenere che questi siano tempi leciti e rispettosi.

Ovviamente la domanda è retorica.

JESI DI NUOVO FUORI LEGGE (194)

17 Feb

«All’ospedale di Jesi non si effettuano interventi di interruzione volontaria di gravidanza da gennaio di quest’anno, posso darle l’appuntamento per la certificazione ma per l’intervento dovrà rivolgersi agli ospedali di San Severino o di Ascoli Piceno, vuole i contatti?»

ImmagineNon è un dejà vu: questa è la risposta che una donna ha ricevuto, lunedì scorso, rivolgendosi al consultorio di Jesi. A distanza di un anno, nel nostro ospedale il servizio di IVG è stato nuovamente sospeso, nell’indifferenza delle istituzioni locali e in sprezzo dell’articolo 9 della legge 194/78 che vieta esplicitamente l’obiezione di struttura, a garanzia del diritto di scelta della donna sulla sua salute riproduttiva. Una situazione già di per sé inaccettabile, a cui si aggiunge un altro episodio gravissimo, ma egualmente passato in sordina, che coinvolge ancora una volta il nostro consultorio: come denunciato dal consigliere regionale della Federazione della Sinistra Bucciarelli in un’interrogazione del 31 gennaio, ad essere sospeso da gennaio 2014 è anche il servizio di mediazione culturale che, rivolgendosi soprattutto donne e bambini, consentiva l’accompagnamento degli immigrati nei loro percorsi sanitari, favorendo l’integrazione, il rispetto del d.lgs. 288/99 e l’accesso ai servizi socio-sanitari.

Il Collettivo Via Libera 194 chiede con forza a Regione Marche, Asur a Comune di Jesi di risolvere una volta per tutte tali disservizi che, di nuovo, impediscono a noi cittadini di vedere garantiti i nostri diritti.

Ricordiamo che l’attività sociosanitaria rivolta alle donne, alle coppie e alle famiglie a tutela della maternità, per la procreazione responsabile e l’interruzione di gravidanza rientra tra le prestazioni che il Servizio sanitario nazionale deve garantire, come stabilito dall’allegato 1 del DPCM 29 novembre 2001 “Definizione dei Livelli essenziali di assistenza”.

A differenza di un anno fa, il “Collettivo Via Libera 194” avanza tali richieste a nome dei 4121 cittadini e dei 58 soggetti co-promotori che hanno firmato e sostenuto la petizione per la piena applicazione della legge 194/78, rivolta alla Regione Marche e consegnata lo scorso 19 dicembre 2013 al Presidente della Giunta regionale, al Presidente del Consiglio regionale e al Presidente della V Commissione consiliare permanente.

Non abbiamo ricevuto notizie dalla Regione Marche in merito a come si intendesse procedere riguardo alle richieste della petizione. Apprendiamo oggi che l’Ospedale di Jesi, decidendo di sospendere il servizio di IVG, sceglie di tornare ad operare nell’illegalità.

ABORTO, INDIETRO TUTTA. Da un articolo dell’Unità

7 Dic

RESISTENZA. Ci piace essere citati sotto questo sottotitolo perché l’Italia non può essere solo il paese dal quale è meglio andarsene o, come in questo caso, si è obbligati a farlo per vedere rispettato il proprio diritto alla salute e all’autodeterminazione. I dati che ci restituisce la lettura di questo articolo sono più che preoccupanti: dall’obiezione di coscienza, prevista dall’articolo 9 della Legge 194, si passa in troppi casi a vere e proprie obiezioni di struttura ma poiché sempre in base all’articolo 9 “Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare lo espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8. La regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale” ci troviamo di fronte a situazioni di vera e propria illegalità.

Ancora più preoccupante che si possa leggere il dato di una generale diminuzione di interventi di IGV su tutto il territorio nazionale, come un dato “tutto” positivo, ovvero, senza associarlo alla fotografia REALE del paese che ci mostra come in moltissime città e regioni sia diventato IMPOSSIBILE accedere al servizio di interruzione volontaria di gravidanza, come contemporaneamente ci sia un ritorno agli aborti clandestini e, con l’avvento di internet, un affidamento alla rete per l’acquisto di farmaci abortivi online. Sarebbe sinonimo di un paese più civile poter associare questo trend, a distanza di 35 anni dalla Legge 194, ad una più diffusa informazione in materia sessuale, al potenziamento dei consultori pubblici e ad un maggiore accesso alla contraccezione. 

Noi del Collettivo Via Libera 194 insieme agli altri 58 co-promotori e a tutte le 4.000 persone che hanno firmato la nostra Petizione regionale per la piena applicazione della Legge 194/78 intanto, non senza far niente! stiamo ancora attendendo un incontro con l’Assessore Mezzolani. Come si dice nell’articolo il problema è che le firme sono pronte ma nessuno vuole riceverle.

Aborto, indietro tutta – L’Unità – giov 5 dic 2013

L’Espresso: Aborto, la bacheca degli orrori. Il volantino shock esposto a Jesi.

16 Nov

“Vedevo il barattolo riempirsi del mio bambino fatto a pezzi”. Inizia così un testo fotocopiato che stava in bella mostra nel consultorio pubblico del comune marchigiano, inviato all’Espresso da una lettrice. Che denuncia: «Così lasciamo spazio ai fanatici»

di Francesca Sironi

Link all’articolo: http://espresso.repubblica.it/attualita/2013/11/14/news/aborto-la-bacheca-degli-orrori-il-volantino-shock-esposto-a-jesi-1.141198#gallery-slider=1-141204

Immaginatevi la scena. La sala d’ingresso di un consultorio pubblico, seggioline di plastica, un tavolo, il corridoio con gli studi medici, una bacheca sul muro. Una sola. Con appese immagini di feti già formati e frasi come “a 18 giorni ho già un cuoricino che pulsa”. Quando al consultorio si è rivolta Rita, una lettrice dell’Espresso, su quella bacheca era in bella mostra un volantino. Intitolato “Vedevo il barattolo riempirsi del mio bambino fatto a pezzi”. Il testo continuava: «Ricordo di aver guardato il barattolo e di averlo visto riempirsi di pelle, sangue e tessuto del mio bambino».

«Non sono mai stata una pasionaria della legge 194», racconta Rita: «Ma quando ho visto quel volantino, in un luogo pubblico che dovrebbe dare accoglienza e supporto a tutte le donne, specialmente a quelle che arrivano per portare avanti la scelta difficile di un’interruzione di gravidanza, sono rimasta scioccata. Dire indignata è poco. È inaccettabile».

Era impossibile non leggerlo, quel titolo, quel racconto preso e timbrato dal “Centro aiuto per la vita” di Jesi. «La bacheca sta proprio al centro della sala d’aspetto. È la prima cosa che si vede», continua Rita: «Il primo punto di contatto. Poi sul tavolo c’è qualche materiale informativo sui servizi, con i depliant sulla contraccezione nascosti dietro a un angolo del corridoio però. L’impatto è scioccante. E non è sicuramente d’aiuto per una ragazza in un momento così delicato e fragile come quello di una gravidanza indesiderata».

Indignata, Rita ha scritto una lettera al direttore del distretto sanitario, al presidente della Regione e all’assessore regionale per la Sanità: «Trovo questo volantino raccapricciante nel suo fanatismo», ha scritto alle autorità: «Oltre che scientificamente inaccettabile nel suo contenuto: il suo unico scopo evidente è di colpevolizzare e, peggio, criminalizzare, le donne che hanno fatto la sempre difficile e drammatica scelta di abortire e che, a termini di legge, rivolgendosi alla sanità pubblica, hanno il diritto di essere aiutate e accompagnate nella loro comunque dolorosa scelta». Per chiudere: «Nell’esprimere tutta la mia indignazione per quanto esposto, chiedo a chi ha la responsabilità della Sanità Pubblica se questo stato di cose è legale. Da parte mia affermo con convinzione che sicuramente non è accettabile né etico né rispettoso della sofferenza delle donne».

La lettera è caduta nel vuoto. Così come la sua segnalazione ai circoli locali dei partiti e delle federazioni di Sinistra. Le uniche a prendersi carico della denuncia sono state le ragazze del comitato “ Via Libera 194 ” che da tempo si batte per la piena applicazione della legge nel territorio marchigiano: «A Jesi è stato impossibile abortire per ben 9 mesi», raccontano: «Stiamo parlando di un ospedale che era la seconda struttura nelle Marche per numero di interventi di interruzione volontaria di gravidanza. Oggi il servizio è stato solo parzialmente ripristinato, con un numero di otto interventi al mese eseguiti da una ginecologa che, con cadenza bisettimanale, fa da spola tra qui e Fabriano».

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Da maggio hanno iniziato così una raccolta firme per chiedere l’applicazione, completa, della legge del ’78: «La nostra richiesta è che siano garantiti i diritti sociosanitari legati alla salute della donna, compreso il diritto di essere informata e scegliere tra le tecniche più moderne quella più rispettosa della propria integrità fisica e psichica. Cosa impossibile nella nostra regione, unica in Italia, a non essersi dotata del farmaco abortivo RU486, come emerge dall’ultima Relazione del Ministero della Salute pubblicata lo scorso 13 settembre».

Dopo la segnalazione di Rita sono state al consultorio. Il volantino incriminato era sparito. Ma la bacheca, che hanno fotografato, è ancora in bella mostra: «Al tempo del nostro primo sopralluogo il materiale informativo sulle interruzioni volontarie di gravidanza si poteva ottenere solo su richiesta in segreteria. Mentre, appoggiati su un carrello, c’erano degli opuscoli informativi sulla contraccezione, disponibili in diverse lingue», raccontano: «Nel nostro secondo sopralluogo, a novembre, abbiamo trovato invariato il contenuto della bacheca del Centro di aiuto alla vita. Invece, accanto agli opuscoli sulla contraccezione, abbiamo notato con piacere la presenza di un altro depliant in diverse lingue (carta dei servizi) in cui vengono illustrate le attività del consultorio».

Le cose sono migliorate insomma. Ma non del tutto: «Sebbene il consultorio metta ora bene in vista la Carta dei servizi, non si può non tenere in considerazione il fatto che la bacheca del “Centro di aiuto alla vita” domina lo spazio centrale del corridoio e non essendo bilanciata da nessun altro tipo di comunicazione attigua ed ufficiale dell’Asl diventa di fatto il primo riferimento che una donna si trova di fronte una volta arrivata al consultorio».

L’Espresso continua a raccogliere le storie di “Aborti impossibili” in Italia – scrivi la tua testimonianza a espressonline@espressoedit.it