Il sabotaggio della 194 e il lavoro dei medici non obiettori

8 Mar

Da MicroMega, 7 marzo 2013

Pochi, sottoposti a mobbing e senza possibilità di carriera. In un paese in cui i ginecologi obiettori sono il 70% del totale, è così che lavora quel manipolo di medici che garantisce l’applicazione della legge 194. Intervista a Silvana Agatone, presidente della Libera Associazione Italiana Ginecologi per l’applicazione della Legge 194 (Laiga), che in questi giorni tiene a Roma il suo secondo convegno nazionale.

Intervista a Silvana Agatone di Ingrid Colanicchia

I numeri parlano chiaro: il nostro è un paese di medici obiettori di coscienza. La relazione del Ministro della Salute presentata al Parlamento il 4 agosto 2011 dimostra che nel 2009, a livello nazionale, il 70,7% dei ginecologi è obiettore e che il trend è passato dal 58,7% del 2005 al 69,2% del 2006, al 70,5% del 2007 e al 71,5% del 2008. Il dato nazionale degli anestesisti obiettori è anch’esso in costante aumento, passando dal 45,7% del 2005 al 51,7% del 2009. Il dato nazionale del personale non medico obiettore è passato dal 38,6% nel 2005 al 44,4% nel 2009.

Dati che trasformano l’obiezione di coscienza in quella che Carlo Flamigni (autore di L’aborto. Storia e attualità di un problema sociale e di La questione dell’embrione) definisce “imposizione di coscienza” o “obiezione di struttura”: vale a dire un sabotaggio in piena regola.

Ma i tentativi di limitare la possibilità di ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza, prevista dalla legge 194 del 1978, non finiscono qui. Piovono anche dall’alto. Nel 2012 sono state presentate in Parlamento diverse mozioni aventi per oggetto la piena attuazione del diritto all’obiezione di coscienza.

Primi in ordine di tempo i parlamentari capitanati da Luca Volontè dell’Udc che nel marzo 2012 hanno depositato una mozione che, richiamandosi a una Raccomandazione del Consiglio d’Europa del 2010 (la quale però sottolineava la necessità di tutelare sia il diritto del medico all’obiezione di coscienza che quello di ogni persona di ricevere dallo Stato i trattamenti sanitari legali), impegna il governo a «dare piena attuazione al diritto all’obiezione di coscienza in campo medico e paramedico e a garantire la sua completa fruizione senza alcuna discriminazione o penalizzazione»; affermando che «il diritto all’obiezione di coscienza non può essere in nessun modo “bilanciato” con altri inesistenti diritti e rappresenta il simbolo, oltre che il diritto umano, della libertà nei confronti degli Stati e delle decisioni ingiuste e totalitarie».

Sempre nel 2012 il Movimento per la vita ha lanciato, insieme ad analoghe associazioni di altri Paesi europei, una raccolta firme affinché all’embrione siano riconosciuti i diritti di essere umano. Iniziativa che ha ricevuto anche l’avallo della Conferenza episcopale italiana.

Una situazione in cui a garantire la possibilità di far valere un diritto riconosciuto per legge, è un manipolo di ginecologi e medici non obiettori come quelli riuniti nella Libera Associazione Italiana Ginecologi per l’applicazione della Legge 194 (Laiga), nata nel 2008, che proprio in questi giorni (l’8 e 9 marzo) ha organizzato a Roma (presso l’aula magna dell’ospedale Forlanini) il suo secondo Convegno nazionale. Della situazione dei ginecologi non obiettori abbiamo parlato con Silvana Agatone, presidente di Laiga.

La legge 194 conferisce alla donna la possibilità di richiedere un servizio e contestualmente consente al medico di sottrarvisi. Come si esce da quello che nel nostro paese si configura sempre più come un vicolo cieco?
Ci sono tante possibili proposte: aumentare i giorni di ferie per i non obiettori e/o aumentare la loro retribuzione (ma se quest’ultima proposta in questi tempi di crisi è poco attuabile; la prima sarebbe molto interessante anche perché molti dei non obiettori sono sottoposti a quel fenomeno che va sotto il nome di burnout); oppure obbligare le ASL ad assumere un numero sufficiente di personale non obiettore, in grado di garantire l’applicazione di una legge dello Stato. Sarebbe anche estremamente interessante obbligare gli obiettori ad attività extra: per esempio impegnandoli in attività di contraccezione e prevenzione della gravidanza. In fondo coloro che hanno posto obiezione di coscienza al servizio militare hanno pagato un prezzo, essendo stati obbligati al servizio civile, inizialmente per un periodo di tempo persino più lungo di quello del servizio militare. E allora che anche gli obiettori siano obbligati ad impegnare più tempo degli altri nel lavoro! Un lavoro naturalmente coerente con le loro idee. Come per esempio passare più tempo in ospedale o negli ambulatori sparsi sul territorio per la prevenzione delle gravidanze indesiderate.

Quali fattori a suo avviso incidono sull’aumento del numero di obiettori di coscienza che si registra in Italia? Si tratta, come si dice, di una precondizione per fare carriera?
In molti ospedali i primari vengono scelti anche in base alle loro aderenze politiche e la politica in Italia non è assolutamente laica. Quanti primari ginecologi sono non obiettori? È stata una sorpresa incontrarne qualcuno! Non penso arrivino a dieci in tutta Italia. E naturalmente da ciò deriva l’impostazione di un reparto. Mentre dovrebbero essere impegnati a far rispettare una legge dello Stato – obiettori o meno che siano dovrebbe essere un loro preciso dovere – i primari ottemperano invece ad ordini di scuderia politica. Non parliamo poi dei primari che provengono da emanazioni di università cattoliche (grandi centri di potere che stanno invadendo gli ospedali). Nei reparti gestiti da questi ultimi, i non obiettori che rimangono coerenti con il loro impegno civile e sociale hanno una vita lavorativa sfibrata, stressante, subiscono un feroce mobbing. Per gli altri, vivere e lavorare è decisamente più facile. In effetti il medico che oltre ad essere un buon medico coniuga gli aspetti sanitari agli aspetti sociali, cioè il medico che si occupa delle donne a tutto tondo, il medico che, una volta che viene fatta una diagnosi di malformazione di un feto in gravidanza, non lascia la donna da sola, ha decisamente una vita lavorativa molto più faticosa.

A quali possibili conseguenze vanno incontro a livello professionale i pochi medici e operatori sanitari che garantiscono l’interruzione volontaria di gravidanza?
Le ore da passare in ospedale per lavorare sono uguali per tutti i medici. Tutti i medici devono impegnarsi in diversi servizi: sala operatoria, sala parto, ambulatorio, ecc. Gli obiettori svolgono il loro lavoro alternandosi in tutti questi punti operativi. E tutti dovrebbero fare a turno su questi servizi. Ma i pochi medici non obiettori, essendo l’unica risorsa per garantire il servizio stabilito dalla 194, finiscono per vedere il loro lavoro ridursi all’interruzione di gravidanza, hanno meno accesso alle sale operatorie. Spesso il mantenimento del servizio di interruzione di gravidanza, dipende esclusivamente dal loro impegno. Per esempio se a Napoli il ginecologo non obiettore del policlinico Ferdinando II muore sarà impossibile praticare interruzioni di gravidanza per due settimane… Se a Bari va in ferie l’unico medico non obiettore viene sospesa la somministrazione della RU486. Pensa che sia facile per i non obiettori andare in ferie, andare a convegni di aggiornamento? E chi allora manda avanti questo servizio?

Dalla mozione Volontè all’iniziativa del Movimento per la vita si susseguono i tentativi, nel nostro Paese, di limitare la possibilità di avvalersi della legge 194. A suo avviso simili iniziative trovano corrispondenza nel sentire della maggioranza dei cittadini e delle cittadine italiani/e?
No. Penso che la popolazione viva sonni tranquilli pensando che questa legge sia cosa acquisita che nessuno toccherà più. Non è consapevole di queste continue lotte per abrogarla. Non sanno che tante forze politiche invece di impegnarsi seriamente in tante altre battaglie, come la crisi alimentare che affama buona parte della popolazione mondiale, la crescente povertà in tutti i Paesi, le guerre che insanguinano questo Pianeta… si ostinano a voler abrogare questa legge. Sono pro life ma non li vedo altrettanto pervicacemente impegnati su questi terreni. Eppure sono tanti e potrebbero veramente fare molto. Se i/le rappresentanti di queste forze non vogliono abortire, nessuno li obbliga a farlo, mentre loro vogliono obbligare gli altri a non abortire.

Quali proposte la Laiga ha intenzione di presentare al nuovo ministro della Salute?
Oltre a quelle già accennate all’inizio, tante bollono in pentola. Verranno esaminate e condivise nel Convegno nazionale della nostra associazione dell’8 e 9 marzo e poi le porteremo sul tavolo del nuovo ministro per la Salute.

 

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